Diffamazione su facebook

Diffamazione su facebook. Le sentenze. La Guida

Diffamazione su facebookFacebook è il social network più famoso ed utilizzato in Italia, dove ad oggi (anno 2014) conta più di 20 milioni di iscritti (1 miliardo nel mondo – fonte: L. Conti e C. Carriero).

Per le sua caratteristiche, consente la conoscibilità dei fatti ivi pubblicati da parte di un numero indeterminato di utenti. In considerazione di ciò, rappresenta un luogo dove ben può essere commesso il reato di diffamazione.

Ed infatti i Giudici italiani, come vedremo nel prosieguo, da tempo riconoscono che il reato di diffamazione possa essere commesso online e nei vari social network, condannando il colpevole alle sanzioni penali e riconoscendo il risarcimento del danno economico in favore delle vittime.

Premessa: le caratteristiche del reato di diffamazione

In termini generali, l’offesa arrecata, per poter integrare la diffamazione, deve essere comunicata ad almeno due persone ed essere offensiva dell’altrui reputazione.

Il concetto di “reputazione” va inteso come l’onore e il decoro di una persona nell’opinione degli altri.

Costituisce offesa della reputazione anche l’attribuzione di un fatto non illecito, quando comunque questo sia ritenuto riprovevole dalla comunità, in base ai principi etici condivisi; così come la costituisce l’insulto alla professionalità, ai difetti fisici ecc..

La diffamazione è un reato di evento che opera nel momento in cui la frase viene percepita dai destinatari. In Internet, questa conoscenza la si ha non quando l’offesa viene messa in rete, ma quando gli utenti si collegano e percepiscono l’ingiuria (Cass. Pen., V° Sez., n. 23624 del 27.04.2012).

Quando opera la diffamazione su facebook

La diffamazione su facebook si integra sia quando le parole offensive sono inserite negli spazi “pubblici” (es.: bacheca, aree destinate ai commenti o alle informazioni personali ecc.), sia quando la comunicazione avviene tramite messaggi privati indirizzati ad almeno due persone.

L’offesa però, per integrare il reato, deve presentare le seguenti caratteristiche:

– essere riferita ad una persona ben individuata o individuabile con certezza;
– essere immessa in uno degli spazi virtuali aperti al pubblico o essere comunicata ad almeno due persone;
– il diffamante deve avere la coscienza e la volontà di offendere l’altrui reputazione o onore.

Le pene

La pena che si applica a colui che diffama negli spazi pubblici è quella prevista dal comma III dell’articolo 595 del Codice Penale, ovvero:

– la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni

oppure, in alternativa,

– la multa non inferiore ad € 516.

Quando invece sono utilizzati i messaggi privati la pena che si applica è quella della:

– reclusione fino ad 1 anno

oppure, in alternativa,

– la multa fino ad € 1.032.

Oltre a queste sanzioni, il Giudice penale condannerà poi il colpevole a pagare una somma di danaro in favore della vittima a titolo di risarcimento del danno morale.

Affinchè la condanna al risarcimento possa essere pronunciata nel processo penale è però necessario che la parte offesa si sia costituita parte civile nel processo.

In alternativa, il risarcimento del danno potrà sempre essere richiesto in sede civile, quando:

– non sia stato liquidato in sede penale;
– la parte offesa non si sia costituita parte civile;
– non ci sia stato alcun processo penale a carico del diffamante.

Nel processo civile, per le richieste di risarcimento inferiori ad € 5.000 è sempre competente il Giudice di Pace e, qualora la somma richiesta sia inferiore ad € 1.100, la parte può stare in giudizio anche senza avvocato. Per le richieste superiori ad € 5.000 è invece competente il Tribunale.

In ambito civilistico la responsabilità è a titolo extracontrattuale e il danno è di tipo morale/non patrimoniale.

In concreto, l’importo del risarcimento del danno è deciso dal Giudice con una valutazione discrezionale, che verrà effettuata tenendosi conto di tutte le circostanze del caso specifico.

Spetta a colui che agisce in giudizio il dover provare i fatti, portando delle prove, come ad esempio l’immagine stampata con impresse le scritte diffamatorie, oppure portando dei testimoni per confermare i fatti. Se non riesce a provare le offese non otterrà nulla.

Ancora sulla diffamazione su facebook

Gli unici responsabili delle contumelie inserite su facebook sono i soggetti che hanno scritto le frasi, e non anche la società proprietaria di facebook, pur essendo quest’ultima l’effettiva proprietaria di tutti i contenuti.

Il proprietario del profilo nel quale è stata scritta la contumelia è indubbiamente il colpevole, a meno che egli non dimostri che si è verificato un ingresso abusivo da parte di altri oppure un furto di identità. Se non riesce a fornire queste prove egli ne risponde, essendo inverosimile che altri abbiano scritto al suo posto. Nel caso in cui vi sia stato realmente un furto di identità, si dovrà effettuare una denuncia formale alla polizia postale.
Così si esprime letteralmente la giurisprudenza: “Non può essere accolta la tesi della difesa che ha configurato una ipotetica appropriazione del nome dell’imputato da parte di estranei per aprire un finto profilo facebook in quanto se così fosse incomberebbe sull’imputato, una volta messo a conoscenza dei fatti, l’onere di disconoscere la paternità delle frasi nonchè dell’intero profilo facebook, denunciando altresì l’accaduto”.

La verità del fatto non conta

Colui che afferma una frase diffamatoria è punito in ogni caso, pure laddove l’offesa abbia ad oggetto un fatto vero o noto (art. 596 Cod. Pen.). Ad esempio, definire come “prostituta” una donna costituisce sempre diffamazione, pure se quella eserciti realmente “il mestiere più antico”.

A questo principio la legge apporta tuttavia le seguenti eccezioni:

  • l’offeso e l’offensore concordano nel deferire ad un giurì d’onore l’accertamento del fatto e questo sia poi accertato come vero;
  • il fatto attribuito ad un pubblico ufficiale sia relativo all’esercizio delle sue funzioni;
  • per il fatto attribuito si incomincia un processo penale che si conclude con la prova della verità di esso o con la condanna del diffamato;
  • il querelante domanda formalmente che il giudizio si estenda all’accertamento della verità o falsità del fatto, e questo venga effettivamente riconosciuto o per esso la persona venga condannata.

Al di là di queste eccezioni, la diffamazione scatta sempre. Le eccezioni possono comunque operare a condizione che il fatto risulti provato nel suo complesso, e non solo in parte.

Le sentenze sulla diffamazione su facebook

Giudice Penale di Livorno (G.I.P.), Sentenza del 31.12.2012
In questa decisione, il Giudice penale di Livorno ha riconosciuto un risarcimento di € 3.000, oltre ad € 1.500 di spese legali, in favore dei proprietari di un centro estetico nei confronti dei quali una ex dipendente aveva scritto le seguenti frasi nella propria bacheca: “sono persone che non lavorano seriamente” e “sono dei pezzi di m…”.

Tribunale Penale di Roma, Sentenza del 21.02.2012, e Corte di Cassazione, Sentenza n. 16712 del 16.04.2014
Nella decisione del Tribunale di Roma, confermata poi nell’ultimo grado di giudizio dalla Corte di Cassazione, è stato condannato un maresciallo della Guardia di Finanza il quale aveva pubblicato, nei dati personali del proprio profilo, la seguente frase: “… attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di collega sommamente raccomandato e leccaculo … ma me ne fotto … per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie”.
La sanzione penale inflittagli in via definitiva è stata quella di 3 mesi di reclusione.

Tribunale di Trento, Sentenza del 15.05.2014, depositata in data 14.07.2014
Qui il Giudice ha condannato un soggetto per aver scritto sulla propria bacheca la seguente frase: “… Prenda atto la Ministra che ovunque si muove viene fischiata e insultata. Ci sarà un perché! Rassegni le dimissioni e se ne ritorni nella Giungla dalla quale è uscita”.
Le pene inflitte sono state: € 2.500 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali; € 2.000 per ciascuna delle quattro associazioni costituitesi parti civili nel processo, oltre ad € 1.600 per un avvocato che difendeva due associazioni ed € 1.300 per ciascuno degli altri due avvocati.

Tribunale di Genova, I° Sezione, Sentenza del 14.11.2013
In questa decisione, il Giudice penale del Tribunale di Genova ha condannato un soggetto il quale, nella propria bacheca, aveva scritto le seguenti frasi a carico di un suo conoscente: “G. sei una montagna si m.” e poi ancora “continui, da invertebrato quale sei, a fare il vigliacco”.
Tali frasi sono state ritenute dal giudicante come lesive dell’onore dell’insultato.
Durante il processo è poi emerso che il profilo dell’imputato era accessibile a tutti gli iscritti del social network, e perciò è stata applicata l’aggravante di cui all’articolo 595 III° comma Cod. Pen..
La condanna è consistita nella multa di € 1.500 e nel pagamento delle spese processuali, oltre ad € 1.800 per le spese legali della parte offesa. Con riferimento al risarcimento del danno, il giudicante ha affermato che nel corso del processo non era stata raggiunta la prova dell’entità del danno, il quale pertanto avrebbe potuto essere richiesto in un separato processo civile.

Tribunale di Cagliari (G.I.P.), Sezione Minori, Sentenza del 11.11.2013
Il Giudice penale di Cagliari, con una decisione del 2013, ha invece assolto un minorenne che aveva scritto, sulla propria bacheca personale, la seguente frase indirizzata ad altra minore: “troia, bagassa, figlia di bagassa”.
Nel far ciò il giudicante ha ritenuto tali fatti come “occasionali” e frutto di “leggerezza”. In questa decisione può aver “pesato” la minore età del colpevole.

Tribunale di Aosta, Sentenza del 17.05.2012
Il Giudice penale di Aosta, in una decisione del 2012, ha condannato una donna italiana che aveva scritto sulla bacheca del profilo del figlio minore – all’epoca convivente con l’ex marito e con la compagna cubana di questi – la seguente frase: “… non ti arrabbiare N. sono solo delle foto di pubblicità che non hanno alcun valore … pensa alla tua mamma … hai una mamma bellissima … è inutile che qualcuno cerchi di imitarla … rimane sempre … spazzatura del terzo mondo”.
La pena inflitta è stata quella della multa di € 500, oltre al pagamento delle spese processuali. È stata poi disposta la condanna al risarcimento del danno per € 2.500 in favore della donna cubana, oltre al pagamento delle spese legali di quest’ultima pari ad € 1.000.

Quando non sussiste la diffamazione su facebook

  • L’immissione via Internet del contenuto di una denunzia presentata nei confronti di una società e relativa a scarico di cancerogeni nelle acque di un lago costituisce manifestazione del diritto di cronaca ed anche di critica che spetta, ex art. 21 Cost., ad ogni cittadino e non solo ai giornalisti (Cass. Pen., V° Sez., n. 31392 addì 1.07.2008).
  • Non sussiste la responsabilità del titolare di Internet point laddove un utente abbia inviato da uno dei computer una email con contenuti diffamatori (Cass. Pen., n. 6046 addì 11.11.2008).

La competenza

Per le diffamazioni proferite in rete o in un sito web è competente il Giudice del domicilio dell’imputato (ex art. 9 c.p.p. II° co. – Cass. Pen., n. 2739/2010).

Qualora il sito web nel quale sia allocata la diffamazione sia registrato all’estero, la competenza spetta ugualmente al Giudice italiano quando l’offesa sia stata recepita da più fruitori in Italia (Cass. Pen., n. 4741/2000).

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  Facebook Marketing: Comunicare e vendere con il social network n. 1 – a cura di  L. Conti e C. Carriero.

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1 Commento
  1. Rispondi Maurizio lug 15, 2015 at 22:48

    Tutto vero ma… dipende dalla Procura. Ho denunciato una persona (ex collaboratore) che sulla sua bacheca aveva scritto frasi ingiuriose riferite a me. Ha avuto 36 Mi Piace. La querela che ho presentato è misteriosamente diventata “contro ignoti” e l’archiviazione chiesta perché manca il presupposto della comunicazione a più persone…. Per un errore del mio avvocato l’archiviazione è non opponibile… Mi sembra di avere a che fare con un mondo di matti… Vogliono che uno si faccia giustizia da sè?

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